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“Medio Occidente” di Beppi Chiuppani

beppi chiuppani medio occidenteUn incontro casuale, un incrocio di sguardi, una passione che nasce e cresce fino a diventare motivo di scelte di vita, di cambiamenti profondi e rotture rispetto al passato.

Sono gli elementi con i quali prende avvio la storia narrata da Beppi Chiuppani nella sua prima opera “Medio Occidente”, pubblicato dalla casa editrice Il Sirente.

Agata, giovane studentessa universitaria padovana, appartenente alla ricca borghesia industriale del Veneto locomotiva d’Italia, coltiva, quasi di nascosto dal padre, una passione per la letteratura araba e prima di immergersi totalmente negli studi per la tesi finale all’università, si regala un viaggio in Siria insieme alla sua amica Francesca.

L’arrivo a Damasco conquista Agata che “non era ancora atterrata e già temeva che quella vacanza in Oriente le portasse precisamente ciò che aveva desiderato: una rottura, un nuovo avvio”.

Agata muove i suoi primi passi nella Damasco antica, attraversando la monumentale entrata del suq al-Hamidiyyeh, inoltrandosi nelle sue labirintiche stradine, dove luci ed ombre creano un’atmosfera sospesa nel tempo e nello spazio, fra i mille colori delle merci esposte, le voci dei venditori che si accavallano le une sulle altre, i passi veloci dei cittadini e quelli lenti dei turisti che si perdono nel caotico bazar.

E poi la visita della Tomba del Saladino, la moschea omayyade e poi le eleganti strade di Abu Roumaneh, uno dei quartieri più esclusivi di Damasco. Ma è l’incontro con Faruq, giovane e umile tassista, a sconvolgere il viaggio – e la vita – di Agata. E anche di Faruq.

Il giovane siriano accompagnerà le due giovani donne a visitare il mausoleo del poeta di cui Agata è innamorata, Ibn ‘Arabi, in un quartiere popolare, lontano dai circuiti turistici tradizionali. Nel piccolo taxi si incrociano i loro sguardi e le loro parole si intrecciano in interessi comuni. Nasce quella passione che all’inizio entrambi non vogliono riconoscere ma alla quale saranno presto costretti a cedere. Nei giorni che seguono Faruq diventa il loro autista personale, ma la loro relazione va avanti, si vedono a cena in uno dei ristoranti più caratteristici di Damasco e lì gettano le basi per la loro futura relazione. Dopo circa due mesi Faruq è su un aereo diretto a Venezia, con un visto, un permesso di soggiorno e un contratto di lavoro in Italia. Praticamente quello che aveva sempre desiderato: arrivare in Europa, vivere e respirare la democrazia, la civiltà umanistica di cui aveva cercato di nutrirsi attraverso i libri nei suoi anni di studi e che ora poteva finalmente toccare con mano.

Purtroppo l’esperienza italiana di Faruq appare presto deludente: la corruzione e l’opacità delle relazioni sociali si palesano ben presto anche ai suoi occhi di semplice manovale edile (è questo il lavoro che Agata è riuscita a trovare per lui), che tocca letteralmente con mano la grettezza dell’avidità di certi imprenditori senza scrupoli che fanno soldi in un Paese dove non c’è più rispetto delle regole, non c’è più correttezza né giustizia. Allora questa Italia dove lui è arrivato pieno di aspettative non differisce poi molto dalla sua Siria, tanto denigrata per il lassismo e la decadenza morale che attanaglia la burocrazia e con essa il popolo inerme? Con questi interrogativi Faruq si trova a vivere con un disagio crescente la sua vita in Italia ma anche la sua relazione amorosa con Agata che, dal canto suo, non riesce a spogliarsi dei pregiudizi verso lo straniero che pure ha scelto come compagno e con il quale vive una storia d’amore piena solo a metà.

La purezza di Faruq e del suo sguardo sulle macerie di una Italia depredata da decenni di malgoverno e malcostume diffusi è a tratti struggente e mette a disagio il lettore occidentale che si ritrova a dover fare i conti con il proprio Paese analizzato da uno “straniero” in maniera più obiettiva e profonda di quanto invece facciano i personaggi italiani che popolano il romanzo.

E’ in questo che sta la particolarità di questo romanzo: l’autore è riuscito a dare a Faruq – che incarna sì lo straniero ma anche i tanti immigrati che ormai sono parte del nostro Paese – quella profondità di analisi e anche di sensibilità che forse noi italiani abbiamo perso. Faruq che quindi si ritrova in un Medio Occidente non tanto dissimile da quel Medio Oriente che lui conosce bene in quanto sua cultura natale. E nel quale si trova sempre più a disagio, sempre più fuori luogo, peraltro proprio nei giorni in cui nella sua Siria il popolo sembra cominciare a svegliarsi a quell’anelito di libertà e democrazia che ha accomunato tanti altri popoli arabi, ed al quale lo stesso Faruq non può rimanere indifferente. Il richiamo della sua terra si fa forte. L’Oriente chiama a sé il suo figlio, il quale riesce, seppur con dolore e struggimento, a tornare a casa anche a causa della profonda delusione che quell’Occidente tanto anelato gli ha invece rivelato.


Beatrice Tauro

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