Golfo Zoom

I cittadini del Golfo dovrebbero fare di più

Di Hend al-Muftah. Al-Araby al-Jadeed (02/12/2015). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo.

Probabilmente le parole d’ordine più usate nei discorsi popolari e nei mezzi d’informazione dei paesi arabi dopo la Primavera Araba sono state “democrazia, diritti umani e cittadinanza”. I paesi del Golfo non sono un’eccezione. In un modo o nell’altro, la Primavera Araba ha segnato l’inizio di un cambiamento nella relazione tra Stato e cittadini. Si è passati gradualmente da una relazione di dipendenza e welfare a una relazione basata sulla cittadinanza e sulla partecipazione politica. Ma se nei paesi delle Primavere Arabe le richieste di partecipazione sono arrivate dal basso in forme differenti, dal malcontento pubblico alla rivoluzione fino al conflitto vero e proprio, i paesi del Golfo hanno risposto alle richieste di una governance basata sulla cittadinanza creando istituzioni civili e iniziative calate dall’alto. In altre parole, la cittadinanza nel Golfo è intimamente legata allo Stato e alle sue istituzioni ed al loro livello di apertura e sviluppo.

Tuttavia, questa “istituzionalizzazione” incontra molte restrizioni derivanti dal contesto tradizionale delle società del Golfo, che condividono un legame solido con le strutture tribali ed un welfare basato sulle rendite petrolifere. La moderna nozione di cittadinanza è incompatibile con uno Stato basato sul tribalismo o sul settarismo. Ci sarebbe molto da guadagnare da politiche governative basate sulla cittadinanza. Oltre a superare le identità tribali in politica, le disparità economiche potrebbero essere corrette e si potrebbe migliorare la condizione di donne, giovani, vecchi e, più in generale, delle persone con dei bisogni particolari.

Forse è il fatto che la cittadinanza nel Golfo ha origine, storicamente e poi costituzionalmente, dalla classe dirigente a spiegare la disparità in termini di diritti e doveri tra i cittadini del Golfo e, di conseguenza, la disparità nella loro partecipazione politica. La cittadinanza nel Golfo non è nata dal basso, autorizzando i cittadini a redigere costituzioni ed a costituire un punto di riferimento legislativo. Nel Golfo alcuni ancora percepiscono la cittadinanza come una collezione di diritti acquisiti e ereditati.

Forse la sfida principale che devono affrontare i paesi arabi del Golfo, in termini di rafforzamento della governance basata sulla cittadinanza, è lo squilibrio della loro composizione demografica. Infatti, l’approccio tradizionale allo sviluppo economico, che incoraggia il consumismo invece che la produzione, ha portato alla necessità di importare il lavoro non qualificato, che rappresenta oltre il 70% della forza lavoro straniera oggi. Senza contare lo scarso numero di persone native presenti nei paesi, che non superano il 13% delle popolazioni totali di Qatar ed Emirati Arabi Uniti, per esempio. Le popolazioni indigene sono diventate minoranze nei loro paesi, in mezzo ad una miscela di razze, identità e culture, principalmente dell’Asia orientale. Questo ha portato a pressioni sui paesi del Golfo su varie questioni: dal lavoro ai diritti umani, alle libertà religiose passando per i diritti e la naturalizzazione dei lavoratori stranieri. L’altra sfida è come integrare la cittadinanza nei sistemi educativi, che non sono stati al passo con le esigenze delle economie nazionali e del mercato del lavoro.

I paesi del Golfo devono capire che la cittadinanza richiede un impegno positivo sia dall’alto che dal basso e la partecipazione nel processo decisionale e politico. Ogni cittadino deve essere integrato in cornici nazionali inclusive basate sui diritti umani. È anche tempo che gli stessi cittadini del Golfo capiscano che la cittadinanza non è uno status sociale ereditato e un insieme di diritti, ma un insieme di diritti e doveri, nella forma della partecipazione, del rafforzamento sociale e della trasparenza.

Hend al-Muftah è un professore associato della Qatar University e un giornalista del quotidiano Al Arab Qatari.

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Viviana Schiavo

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